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Marianna Vertua

 
   

tempi in cui visse

Nei luoghi dove vissero i Santi, c'è un; aria speciale, diversa da quella che si respira altrove.
Non so come spiegarmi meglio, ma provate ad andare, per esempio, ad Assisi, e ditemi, se vi riesce di liberarvi, dalla suggestione francescana. Andate a Lovere, e vedete un po' se in certe stradette che conservano, (almeno 10 spero, dati i tempi iconoclasti che corrono!) il profumo di anni remoti, non avete l'impressione di dover incontrare; appena svoltato l'angolo, la giovanissima Bartolomea Capitanio e l'austera Vincenza Gerosa, dirette frettolosamente alla Chiesa di S. Giorgio.
Anche chi delle due Sante ignora quasi tutto, misteriosamente è colto dall'inquietudine spirituale che la Santità diffonde e lascia dietro di sé, ed è indotto a considerazioni e riflessioni particolari. Quando, anni fa, dimorai per qualche giorno a Lovere, ospite proprio della Canonica di S. Giorgio, indugiando talvolta nella Cappella che fu sede dell'Oratorio dove la Capitanio radunava le giovani del paese, mi veniva fatto di immaginarla affollata, colma del brusio delle preghiere recitate in comune, la cui eco non si era spenta del tutto fra le pareti antiche, e di invidiare chi era vissuto allora, contemporaneo della Santa; e aveva potuto godere l'irradiazione benefica del suo amore verso Dio e verso il prossimo.
Tempi duri, quelli in cui fiorì la santità della Capitanio! Quando il Manzoni, ne11821, definì il settecento e l'ottocento "due secoli - l'un contro l'altro armati", non sapeva fino a the punto avesse indovinato, ma ben 10 sappiamo noi, voltandoci indietro a considerare gli avvenimenti turbinosi di quegli anni!
Nel settecento c'era stato il trionfo dell'illuminismo che pretendeva di risolvere tutti i problemi umani coi soli lumi della ragione, al di fuori della Religione, respinta come una dottrina inutile; c'era stata la rivoluzione francese che aveva abolito la Religione, perseguitando i preti ed il Papa, e queste idee deleterie, avevano varcato le Alpi, si erano diffuse fra noi, penetrando ovunque.
Anche senza la radio e la televisione, ancora di là da venire, le idee si diffondevano come si diffondono i germi delle malattie infettive e delle epidemie, misteriosamente, si direbbe, portate dal vento, e attecchivano negli animi semplici, incapaci di critica.
Bisogna tenere anche conto delle condizioni economiche del popolo, e della miseria: in Italia l'età della macchina si preannunciava appena e masse ingenti di artigiani stentavano la vita.
Se il problema degli adulti era grave, preoccupante era quello dei fanciulli, abbandonati a sé, quando non erano costretti a lavori inumani, destinati a crescere come bestie.
Ma la Provvidenza vegliava e suscitò una ammirevole schiera di Santi che si presero a cuore l'assistenza dei fanciulli e dei giovani, dando vita ad opere straordinarie, che durano tuttora.
Dapprima ci si preoccupò della gioventù maschile, ed era ovvio, ma ben presto si capì che urgeva provvedere anche alla formazione morale e religiosa delle fanciulle.
Maddalena di Canossa, che l'8 maggio 1808 inaugurò a Verona il suo primo Oratorio, soleva dire che salvare le fanciulle significava salvare la società, perché sarà sempre vero che, buona la donna, sarà buona l'umanità.
Diceva anche che l'avvenire dei popoli è nelle mani di chi ammaestra la gioventù.
Se qualche storico si occupasse del problema, e narrasse come uno stuolo di Santi e di Sante operò per impedire la rovina di tanti giovani, dalla fine del settecento per tutta la prima metà dell'ottocento, noi vedremmo in atto, come in una sequenza cinematografica, il lavorio della Provvidenza, intesa a porre silenziosamente rimedio ai mali apportati dalla stoltezza umana; ma finora, nessuno è stato tentato dal ponderoso tema, ed è davvero un peccato!

Primi incontri con suor Bartolomea Capitanio

Quando Bartolomea Capitanio nacque in Lovere, il 13 gennaio 1807, sull'Europa e sull'Italia brillava la stella di Napoleone, in rapida ascesa verso il suo breve zenit. Lovere era un angolino del regno d'Italia, che aveva molto sofferto nelle turbinose vicende degli anni precedenti, e ancora avrebbe sofferto. Posta al centro di quattro valli, Cavallna, Seriana, di Scalve, Camonica, era battuta da truppe austriache e francesi, diveniva facilmente sede di concentramenti di soldati e di feriti.
Di queste vicende non poté soffrire molto, data la sua età, la Capitanio, ma ne soffrì profondamente Vincenza Gerosa, che fu indotta a consacrarsi a Dio quasi per riparare agli iInsulti che contro di Lui e contro la Chiesa era costretta ad udire.
Nel 1814, Lovere era mal ridotta: per di più vi furono forti nevicate, nebbie, pioggie torrenziali, che resero scarsi i raccolti. Anche il 1815 fu un anno di sciagure e di carestia fortissima. Più pauroso ancora fu il 1816, perché agli altri ,mali si aggiunse la moria del bestiame.
Nel 1817, scoppiò la peste.
La Capitanio aveva dieci anni appena, ma la Gerosa, nata nel 1784 era nel fiore degli anni.
Mossa da zelo ardente di carità, cominciò a raccogliere le bimbe che scorazzavano per le strade, accompagnandole a casa sua, intrattenendole, aiutandole ed istruendole.
Conobbe così anche la Capitanio, e forse fu lei che ottenne la grazia di far la Comunione a dieci anni e di entrare nel convitto delle Clarisse. C'era infatti a Lovere un antico Monastero di figlie di S.Chiara; era stato fondato nel 1557 dalla nobile Signora Afra Bazzini, ma nel 1798 era stato chiuso.
Scomparso dalla scena politica Napoleone e restaurato in Lom- bardia il dominio austriaco, il Vescovo Nava fece tornare a Lovere, nel 1817, le Clarisse, che acconsentirono, secondo l'imposizione della legge, ad aprire una scuola per giovinette.
L'11 luglio 1818 vi fu accolta Bartolomea Capitarnio, fatto di capitale importanza per la formazione spirituale della futura Santa.
Ella infatti risentì profondamente l'influenza della direttrice, suor Maria Francesca Parpani, e in tutta la sua attività, in seguito, dimostrò di essere guidata dallo spirito francescano che impone di giovare non solo a se stessi, ma anche agli altri: non sibi soli, sed aliis...
Non possiamo dilungarci molto sulle vicende della Capitanio, ben note a tutti, ma dobbiamo mettere in rilievo particolarissimo, il fatto che in collegio strinse amicizia con una giovinetta della sua stessa età, Marianna Vertua, di Malegno.
Quando Bartolomea, nel 1824, rientrò in famiglia, per iniziare l'apostolato e le attività che la condurranno alla fondazione del vagheggiato Istituto, non allentò i rapporti con le compagne di collegio, anzi, li rafforzò con una corrispondenza assidua, e altri ne intrecciò con anime assetate di elevazione spirituale, tanto da farci pensare che da Lovere la santità di Bartolomea si irraggiò mirabilmente su tutta la regione circostante, lasciandovi un'impronta indelebile.
Ancora quasi adolescente, riuscì a dirigere schiere innumerevoli; di anime, cui comunicava i suoi tesori spirituali generosamente. Aveva stabilito per sé le preghiere di ogni giorno e di ogni settimana, scriveva speciali novene e le diffondeva.
Organizzò mirabilmente l'Oratorio e ne diffuse gli statuti, sì che anche altrove potessero sorgere istituzioni simili.
Fondò la Compagnia di S.Luigi, la Compagnia dell'Amore di Gesù, un'altra Compagnia intitolata al S. Cuore di Gesù, l'Unione dell'Addolorata e infine l'Unione dei SS. Cuori di Gesù e di Maria, per giungere alle anime religiose e sacerdotali. Queste compagnie non erano destinate a Lovere soltanto, ma a tutti i paesi circostanti, specie a quelli della Valcamonica dove la Capitanio contava amiche elette.
Per di più, se la famiglia del padre era originaria della VaI di Scalve, la madre proveniva da un paesino della Valcamonica, perchè era originaria di Lozio, figlia di Giacomo Canossi e Caterina Vanoli, nati entrambi lassù, nella bella conca dove nasce il Lanico. Bartolomea scriveva con grande facilità ed i suoi scritti passavano di mano in mano, ricopiati, meditati, custoditi anche da piissimi sacerdoti.Possiamo ben immaginare che tesoro fossero le sue lettere per i fortunati che le ricevevano! Furono conservate gelosamente, sebbene non tutte ci siano pervenute.

La scelta dello stato laicale

Uno che se ne intendeva, scrisse che "nessuna fonte storica ha la vivezza e la capacità di comunicazione immediata di un epistolario". Infatti "è attraverso le lettere private, personali, a parenti ed amici che si attinge più profondamente all'animo di un uomo, fino a sentirlo vivo, attivo e pensante".
Si potrà obiettare che noi abbiamo raccolto solo le lettere della Capitanio, quindi, esse servono a farci conoscere più intimamente soltanto la Santa, ma si può benissimo rispondere che dalle lettere di Bartolomea è facile arguire che cosa chiedesse, che problemi ponesse, che levatura spirituale avesse l'interlocutrice, cosicché l'epistolario della Capitanio ci dà una serie, per così dire, di mirabili ritratti femminili, ci fa conoscere anime beatissime che operano in Valcamonica, contribuendo a creare quel particolare clima di cui ancora si avverte il profumo e il calore.
Lasciando da parte Lucia Cismondi abitante a Breno, le sorelle Romelli di Cividate, Maria Do di Montecchio, Girolama Taboni di Pian di Borno, ed altre ancora, la corrispondente più fida, di cui si ha un notevole numero di lettere, è Marianna Vertua,. nata a Malegno il 24 Febbraio 1807, due mesi circa dopo la Capitanio.
Ma visse ben più a lungo di lei, essendo morta il 24 Dicembre del 1878, in odore di santità, come afferma un biografo di Bartolomea.
Dio le concesse di sopravvivere lunghi anni all'amica diletta perché si profondesse in opere buone.
Nel suo atto di morte la Vertua è definita "donna ammirabile per le sue virtù, carissima a tutti per la sua ardente carità Verso Dio e verso il prossimo", parole che potrebbero attagliarsi benissimo a Bartolomea. Questa ebbe la grazia della vocazione, e solo la morte le Impedì di vestir l'abito religioso nell'istituto da lei fondato: la Vertua condusse in mezzo al mondo una vita immacolata e santa, consacrata al Signore nello stato di verginità.
Esaminando le lettere che le indirizzò la Capitanio, vedremo come l'animo della Vertua fu profondamente tormentato dal difficile problema della scelta dello stato.
Rimaner nel mondo ? entrare in monastero ?
L'una e l'altra via aveva il suo fascino ed era ricca di meriti. La vita nel chiostro le avrebbe permesso di godere le gioie dell'unione con il suo Dio, ma avrebbe dovuto lasciar da parte il gran bene che andava facendo al suo paese, a profitto della gioventù e dei poveri.
La vita nel mondo le avrebbe concesso di praticare tutte le opere di carità, ma l'avrebbe distratta dalla perfetta unione con Dio...
Era il dilemma in cui si era dibattuto S. Francesco, quando aveva chiesto a frate Silvestro e a suor Chiara di interrogare per lui la volontà di Dio, e aveva risposto che non doveva vivere unicamente per sé, ma anche per gli altri! Era lo stesso dilemma che la Capitanio sentì e risolse fondando un istituto "nel quale si pensa -scriveva alla Verta- di unir la vita contemplativa con tutti gli atti di carità che si possono prestare al prossimo", perché, affermava, "io sono innamoratissima della vita ritirata e religiosa, ma d'altronde troppo mi piace l'impiegarmi in opere di carità sia spirituali che temporali, le quali in un monastero non si possono esercitare...".
Era quello che piaceva anche alla Vertua, che finì per rimanere nel mondo.
Forse se Bartolomea fosse vissuta più a lungo, l'avrebbe convinta ad entrare nel suo amatissimo istituto, o forse avrebbe capito che l'amica era necessaria a Malegno.

Malegno e la valle Camonica nella prima metà dell'ottocento

Abitava in Via Ponte, nella parte antica del paese, ove si trovano ancora tracce dell'origine romana della località.
Quì, oltre al naturale impulso del cuore, operava forse l'insegnamento francescano di M.Parpani, la Direttrice del Collegio di Lovere.
La Vertua apparteneva alla Pia Unione dei Cuori di Gesù e di Maria, che la Capitanio aveva fondato per giungere alle anime religiose e sacerdotali.
Era composta di 12 Sacerdoti e di 72 Vergini, parte claustrali, parte secolari, simbolo del Collegio Apostolico. Seguendo proprio lo spirito francescano, i membri della Pia Unione si chiamavano fratelli e sorelle, mettevano in comune il bene spirituale, aiutavano i poveri.
E' più naturale pensare che fossero scelte con particolare oculatezza le Vergini che dovevano entrare in una così spirituale Compagnia, e se la Vertua fu giudicata degna di appartenervi, vuoI dire che, pur giovanissima, come del resto la fondatrice, dava affidamento sicuro di virtù.
Le due fanciulle avevano passato insieme quattro anni presso le Clarisse. Lo affermò la Vertua chiamata a deporre nel processo per l'introduzione della causa di Bartolomea presso il Vescovo di Brescia, nel1857: "L'ho conosciuta benissimo, perché fui in educazione insieme per quattro anni...". Che cosa pagheremmo per saperne di più di quei quattro anni, per conoscere i discorsi delle due fanciullette!
Ma dovevano essere già improntati a sentimenti tutti di cielo, esortazioni scambievoli a correre sulla via della perfezione cristiana.
Alla prima affermazione su citata la Vertua aggiunse nella sua disposizione: "...mantenni poi continua relazione con lei fino alla sua morte...".
Di questa relazione qualcosa ci è rimasto, come abbiamo detto: numerosissime lettere della Capitanio.
Della Vertua ho avuto modo di vederne una sola, datata da Malegno 3 Ottobre 1824 o 27, breve e di scarso rilievo, in cui Marianna firmandosi si dichiara affezionatissima parente di Mea.
Noto per inciso che la Vertua dava del tu a Bartolomea, che le scrisse sempre usando il voi, non so se per rispetto ad una più elevata posizione sociale o per altri motivi di delicatezza spirituale.
Di Bartolomea conosciamo il volto, la figura: vorremmo avere un ritratto anche di Marianna. Com'era? assomigliava, forse, alle fanciulle che ancor oggi vivono a Malegno, grave, seria, composta, austera.
Possiamo immaginarla sempre in moto per le viuzze del paese, diretta alla Chiesa, alle casupole dei poveri, con uno scialle nero in capo, gli occhi bassi, raccolta in preghiera o meditazione, come ancor oggi capita di vedere, anche se i costumi sono tanto cambiati.
E cambiato in parte è certamente anche Malegno. La popolazione allora viveva dell'agricoltura, dell'allevamento del bestiame, dell'artigianato, specie del ferro, ma i prodotti dei magri campi erano spesso assottigliati dall'inclemenza delle stagioni, il bestiame decimato dalle epidemie, l'artigianato rovinato dalla concorrenza dei prodotti delle fabbriche che andavano sorgendo altrove.
Si capisce come la miseria dovesse essere molta, in certi anni nera, e come le necessità urgessero da tutte le parti, facendo forza sul cuore della Vertua, che non si stancava di dare.
Alle vicende economiche si univano quelle politiche. Caduto Napoleone la Valcamonica passò sotto il dominio austriaco: fu percorsa dai fremiti annunciatori del Risorgimento, diede proseliti alla carboneria, partecipò ai moti del 21 con due giovani di Breno e di Pisogne, sarebbe intervenuta nel moto lombardo se fosse scoppiato.
Alla Carboneria succese la Giovane Italia.
Nel 1833, l'anno in cui morì la Capitanio, al primo nucleo di patrioti esistente in Valle, molti altri generosi si aggiunsero, e capi del movimento furono Gabriele Rosa e Gaetano Bargnani. L'Austria scoprì le file del movimento, molti riuscirono a fuggire, altri furono imprigionati, ma non per questo cessò il fermento!
Bartolomea era ormai in Paradiso, ma la Vertua fu a conoscenza, di queste vicende? Vi aderì almeno col cuore? E' impossibile per quanto immersa in Dio sia stata, che si estraniasse completamente dalle vicende pubbliche del suo paese, ma noi non ne sappiamo nulla.
Tra il 1831 e il 1850, la valle godette di un periodo buono, in cui rifiorì l'agricoltura e si risollevò l'industria del ferro. Nel 1848 fu percorsa dalla meravigliosa fiammata della riscossa, e da Breno partì il 16 aprile, un drappello di 112 volontari. Quattro erano di Malegno. Non seguiremo le vicende della Valle in quella prima sfortunata guerra del nostro Risorgimento, ma non possiamo fare ameno di pensare che la Vertua dovette esserne fortemente colpita:
Si tenga presente che si diffondevano idee non sempre ortodosse sulla religione, e che di esse si preoccupavano le anime timorate.
Urgeva più che mai pensare all'educazione dei fanciulli, e delle fanciulle, e si voleva conservare intatto il patrimonio prezioso tramandato dagli avi.
Dove era stato istituito un Oratorio, a somiglianza di quello fondato dalla Capitanio in Lovere, ferveva l'opera di assistenza e di vigilanza, e non possiam9 fare a meno di pensare che a ciò si adoperasse in Malegno Marianna Vertua!
La Valle Camonica partecipò attivamente alla fortunata guerra del 59, che la unì al regno di Sardegna, subito trasformato in regno d'Italia.
E di questo regno seguì le vicende. Frattanto un gran fervore di opere pubbliche, per migliorare le comunicazioni, animava tutti i paesi della Valle, intesi ad una migliore riorganizzazione amministrativa. Si gettavano ponti sul- l'Oglio, si progettava la strada del Tonale. Si tentò di migliorare l'agricoltura, l'allevamento del bestiame, mentre si profilava la crisi della lavorazione del ferro.
Una ferrovia doveva risalire la Valle, portando fra i monti la voce del progresso.

Bartolomea Capitanio e la sua corrispondenza con M.Vertua

E la Vertua? Continuava, è lecito pensare, il suo lavoro, unicamente attenta a mettere in pratica i consigli della santa amica, sparita nel fiore della giovinezza. Quante volte ne avrà riletto le lettere preziose, pregando e meditando! Bartolomea, frattanto, si avviava, lentamente ma sicuramente, verso la gloria degli altari. Nel 1857 fu iniziato, presso la curia di Brescia, il processo ordinario egli atti furono trasmessi a Roma. Nel 1843 i resti della Capitanio dal cimitero erano stati trasportati nella casa parrocchiale: nel 1858 nel conventino, dove ne fu fatta dal Vescovo la ricognizione.
Il 29 Giugno 1847 morì Vincenza Gerosa e con lei spariva, per la Vertua, quel che dell'amica diletta ancora restava. Ma nel 1866 Pio IX° nominò la commissione per l'introduzione della causa e nel 1869 fu rifatto a Brescia il processo. E' facile pensare che la Vertua doveva seguirne le vicende con animo commosso, sommersa in una dolcissima onda di ricordi che l'infervoravano a mettere sempre più in pratica i consigli che le aveva dato Bartolomea, con una sapienza tanto superiore alla giovane età.
Declinavano le forze fisiche, non l'energia spirituale che la spronava al bene!
Tanto che volle questo bene continuato anche dopo la sua morte. Non erano cessati i pericoli per la gioventù per il diffondersi delle nuove teorie che preludevano a profondi rivolgimenti sociali. Più che mai necessario appariva quindi essere vicina alle giovani, raccogliendole ed ammaestrandole.
Impossibile che la Vertua ignorasse quel che si faceva un po' dovunque, nelle principali città, per educare cristianamente la gioventù.
Particolarmente doveva conoscere l'opera delle Suore Canossiane. Ogni anno si recava a Rovato, nella Casa di queste Religiose, per fare piamente i S.S.Esercizi. Ne conobbe ed ammirò lo spirito, volle che dopo di lei esse continuassero, nel suo diletto Malegno, l'opera cominciata tanti anni prima, dietro l'esempio e l'impulso della Capitanio. Per questo dispose perchè qui le suore avessero l'abitazione e un patrimonio che assicurasse loro l'esistenza e quindi la possibilità di dedicarsi all'apostolato che le stava tanto a cuore, ma non ebbe la gioia di vederle installate. Morì il 24 Dicembre 1878 e le Suore fecero il loro ingresso in Malegno solo l'11 Febbraio dell'anno dopo.
Però in MaIegno le Canossiane ci sono ancora, ancora si prodigano apro delle fanciulle e della comunità tutta, quindi possiamo dire che attraverso queste Suore ancora Marianna Vertua lavora per il bene del suo paese.

Tratto da: "Marianna Vertua -Premio centenario dell'ingresso delle reverende madri canossiane a Malegno 1879 - 1979- di Giovanna Tagliaferri" Biblioteca comunale - Malegno


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