La storia della Pia Fondazione
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Il Pio luogo degli Esposti di Malegno
L'antico ospedale degli esposti di Valle Camonica, ubicato -entro i
limiti del territorio censuario appartenente al comune di Malegno- sulla
riva destra dell'Oglio, in prossimità del ponte di legno (crollato
il 20 luglio 1700, poi distrutto e spostato -nel corso dell'Ottocento-
qualche decina di metri più a valle) che metteva in collegamento
il locale asse stradale principale con l'abitato di Cividate, operò
durante lo svolgersi dei secoli per fronteggiare il drammatico problema
dei trovatelli dei quali assicurava la raccolta e l'accudimento. Il meccanismo
della "ruota" -una sorta di bussola piazzata a fianco dell'ingresso
dell'ospizio che permetteva ai depositanti di rimanere occultati agli
incaricati della ricezione- che girando sinistramente provocava il ferale
tintinnìo di una campanella annunziante, spesso nella muta profondità
delle ore notturne, l'avvenuto abbandono furtivo di un morbido fardello
rappresentava il segno più tragico dello stato miserevole in cui
versava la Valle, ma nello stesso tempo diventava simbolo della pietà
dei nostri antenati che -dinanzi ad un radicato di- sordine morale ed
al ruvido, triste calendario della vita quotidiana- aveva saputo creare
una così preziosa istituzione. Nella società camuna del
passato; soprattutto in antico regime, l'esercizio della solidarietà
e della carità veniva supportato da una minuziosa organizzazione
nata attorno alla vicinia che aveva disegnato sul nitido fondale della
fede cristiana un reticolo di realtà benefiche dedite all'aiuto
verso le fasce più deboli: monti dei grani e dei denari, confraternite,
legati del sale e del pane, case di Dio, consorzi di misericordia. L'unica
situazione che sfuggiva all'intervento municipale era quella dell'infanzia
abbandonata ed esposta, divenuta una piaga allargata, con implicazioni
negative sotto il profilo etico e sociale. La struttura malegnese, sviluppatasi
presumibilmente da una stazione; di posta e di ristoro inserita nella
rete di collegamenti viari creata in epoca romana, assunse intorno al
Mille le funzioni di xenodochio della pieve di Cividate, per fornire rifugio
ed assistenza religiosa a passanti e pellegrini. Dopo essere stato governato
dai Benedettini di San Faustino di Brescia,almeno dai primi decenni del
Duecento l'ospizio fu retto da un insediamento di frati Umiliati, la cui
attiva presenza nell'ambito della società indigena è testimoniata
da una serie di atti notarili risalenti ai secoli XIII-XIV. Già
allora alla casa stava unita una cappella, l'attuale chiesetta di Santa
Maria, un tempo dedicata alI'Epifania, intitolazione da mettere in connessione
con l'essere il luogo un frequentato transito per le persone che percorrevano
la Valleriana. Dal culto dei Magi scaturisce l'ipotesi che nell'antichità
potesse sorgere in quell'area un sacello pagano consacrato a Mercurio,
protettore di mercanti e viaggiatori. Nel cambiamento del nome epifanico
appare la volontà di riaffermare il significato della maternità
di Maria, naturale cornice allo specializzarsi da parte dell'istituto
nella difesa dell'infanzia. Gli ultimi ricordi della residenza degli Umiliati
risalgono a metà Quattrocento; già nel 1459 il brefotrofio
risultava governato da un Bartolomeo di Malegno, su incarico ricevuto
dal Capitano di Valle Camonica per facoltà conferita dal consiglio
valligiano. Vi abitavano trentasei ospiti, tra fatui e bambini dei quali
si ignorava la paternità. Superata non senza difficoltà
una contrapposizione in materia di giurisdizione tra la comunità
valligiana e l'autorità vescovile, sul finire del secolo XV l'entrata
dell'ospizio nell'orbita del consiglio di Valle appare consolidata. L'organismo
ne controllava il funzionamento tramite le figure dei presidenti -indicati
di norma con cadenza annuale, in numero di due ed assistiti dal collegio
dei deputati pubblici che li autorizzava di volta in volta all'esercizio
delle funzioni e alle spese di carattere straordinario- e del "ministro"
(un economo direttore), selezionato con la procedura dell'appalto e tenuto
a prestare fideiussione. Dal secondo Cinquecento al 1800 l'ospedale riceveva
ogni anno una media di 31,5 bambini; la misura cresceva a 42,5 nel periodo
1801-40 e quasi raddoppiava (56,4) negli anni 1841-60. In parte questi
sfortunati, chiamati "figli della terra " o esplicitamente "bastardi",
erano esposti nelle contrade della valle, deposti nei portoni delle chiese,
sotto i porticati degli oratori campestri, alle grate delle santelle,
ai crocicchi dei viottoli, davanti alle canoniche, agIi opifici ed alle
abitazioni dei consoli, affinché ne fosse agevolato il ritrovamento;
muniti di contrassegni utili per eventuali riconoscimenti si presentavano
sistemati in "cesti di giunchi", "involti in cenci grossolani",
infilati entro panni logori da carbonai o in rozzi sacchetti riempiti
di fieno, coperti da pelli di pecora. Tra i segnacoli più comuni
-accompagnati dall'attestato dell'avvenuta somministrazione dell'acqua
battesimale- si avevano: medagliette dedicate all'Immacolata (con la scritta
"Maria concepita senza peccato prega per noi che a Voi ricorriamo"),
di varie grandezze, intere o spezzate in modi particolari; distintivi
di Cristo crocefisso o di Santi; piccoli crocefissi mancanti dei braccio
del bastone inferiore; "amuleti detti volgarmente agnus" ricamati
con simboli religiosi; immaginette sacre recise a metà; pezzetti
di carta o cartone rigati o decorati; coccarde di stoffa; frammenti di
fotografie; lamine di ottone; monete "tagliate in forma di conio";
rametti di ulivo. Al momento dell'accettazione si metteva al collo del
bambino una medaglia marcata nel diritto con numero progressivo ed anno
di ingresso, nel rovescio con la dicitura "Brefotrofio di Valle Camonica
".
La struttura dovette fronteggiare profonde crisi economiche, tanto che
i derelitti ivi ospitati "pativano grandemente e morivano di fame"
per l'impossibilità di "ritrovare tante nutrici che piglino
esse creature a nudrire", carenza dovuta al fatto che il salario
era "troppo tenue rispetto alli tempi penuriosi et alle molte fatiche
et spese che li convien fare, dovendoli nudrire et allevare christiànamente";
periodicamente l'organo comunitario era costretto ad aggiornare i ristretti
onorari.
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Il sussidio pubblico invogliava i villici a prendersi gli esposti per
metterli poi a profitto nelle faccende domestiche e nelle occupazioni
agresti. Durante i secoli si aggiunse la funzione di accogliere infermi
bisognosi, donne nubili e miserabili "illecitamente incinte",
bambini per brevi periodi nel caso le famiglie di provenienza non potessero
accudirvi o le madri fossero ammalate o soggette a regime carcerario.
Tra Sei e Settecento vennero meglio precisati i compiti di amministratori
e ministri. Nel 1719 l'assemblea di Valle deliberava il varo di capitoli
vertenti sulle modalità di gestione economica della casa, sulla
riscossione degli affitti e delle entrate, sul consumo delle scorte alimentari,
sulla resa della contabilità. Il ministro era chiamato ad assolvere
le seguenti prestazioni: "doverà assistere le creature inviate
con lettere del pressidente o cancelliero et dar ricetto anco a quelli
che verranno di nascosto posti nella rota; invierà all'ospitaI
maggiore di Brescia quel numero di creature che verrà " fissato;
"doverà invigilare con quella destrezza et secretezza possibile
per venir in luce dei padri o madri delle creature che verranno esposte,
acciò li pressidenti possino usar quei rimedi che stimaranno oportuni
per sollievo del ospitale; procurerà che le creature siano ben
custodite et governate", stiano pulite ed esenti da "mal francese";
riscuoterà i crediti e consegnerà il ricavato "al pressidente
acciò possa pagar le nutrici; riscuoterà con ogni diligenza
tutte le rendite et quelle, nel fine che sarà al Natale, consignar
al pressidente; procurerà che siano coltivati quei prati che fanno
bisogno per mantenimento delle bestie che si tengono particolarmente per
aver il caldo; custodirà tutte le scritture, libri erragioni dellogo".
Con regolamenti introdotti nel 1704 e nel 1718 (riguardanti pure il servizio
della "ministra", ch'era affiancata al responsabile maschile)
si decideva che il ministro "debba invigilare che le baile siano
provedute di latte sufficiente per il necessario alimento degl'esposti,
somministrando alle medeme tutto ciò che abisognasse invigilando
per saper se fossero infette di qualche mala dispositione o diffetto tanto
nel corpo quanto nell'animo; debba procurare con ogni studio che tutta
la famiglia viva costumata e cristianamente e che nel luogo non si facciano
bagordi, nè ricreationi illecite, nè alcuno si trattenga
a magnar e bevere senza che sii per necessità e bon servitio del
luogo e sii levato ogni trattenimento di gioco"; annualmente batta
le contrade della valle a far la questua; verifichi "che la biancheria,
letti, fornimenti di quella, utensili di cucina et altri simili che sono
necessarii al uso quotidiano siano sotto la cura della ministra, facendo
nettare e pezzare ciò occorrerà; che le grassine, farine,
minestre et altro inserviente all'uso e vitto quotidiano siano in amministratione
e custodia d'essa ministra, essortandola ad usar de medemi con la dovuta
morale ecconornia".
Il brefotrofio disponeva di un non disprezzabile patrimonio immobiliare
proveniente da un incessante flusso di donazioni elargite dalla locale
aristocrazia. Numerosi sono i benefattori che meritano la menzione: i
dottori in diritto civile e canonico Andrea Urtica di Cemmo (+ 1591-92)
e Giovanni Maria Parisio di Vezza (+ 1612), i notai Cristoforo Federici
di Gorzone (+ 1606) e Pietro Andrea Francesconi di Bienno (+ 1621), il
parroco di Ossimo Superiore Evangeli- sta Aliprandi Griffi (Niardo 1548
c. - Brescia 1607), l'avvocato Orazio Recaldini di Niardo (+ 1616), i
nobili Leandro Federici di Sonico (1619) e Giovanni Abramo Federici (Brescia
1606 - Erbanno 1638), Giacomo Pietroboni di Malegno (+ 1622), il rettore
di Villa di Lozio Antonio Maria Pennacchio (+1665); tra tutti si distinse
il notaio Giovan Francesco Moscardi (Darfo 1573 c. - Breno 1649). Negli
anni immediatamente successivi alla caduta della Repubblica di Venezia
l'ospizio venne governato da un consiglio, costituito da tre membri, nominato
dal prefetto del dipartimento del Serio. A decorrere dal 1808 la direzione
venne assunta dalla Congregazione di Carità di Malegno (i cui membri
erano scelti dalla deputazione comunale). Nel 1810, a seguito dell'accorpamento
del municipio malegnese a quello di Breno, la conduzione passò
alla Congregazione di Carità di Breno, per ritornare nel 1817 di
nuovo a quella di Malegno, avendo quest'ultimo comune riacquistata la
desiderata autonomia.
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Attraverso questi convulsi passaggi l'ospizio si trascinò in intensi
squilibri finanziari. Tra aprile 1817 e febbraio 1818 fornì ricovero
alle persone infettate dal tifo petecchiale che si era diffuso nel distretto:
oltre 1500 contagiati risiedettero nell'infermeria, con mortalità
di 222 soggetti. Praticata una energica disinfezione, il fabbricato ritornò
al normale utilizzo nell'autunno de11818. L'anno dopo una risoluzione
imperiale riordinava il comparto caritativo favorendo, nel 1822, la formazione
in ente autonomo dell'ospizio, messo sotto la vigilanza del commissario
distrettuale di Breno. A partire dal 1822 venivano create le mansioni
di medico direttore e di amministratore economo (poi chiamato presidente),
concentrate in due soggetti, nominati dalla Delegazione Provinciale di
Bergamo. L'organigramma era completato da un custode (cui si aggiunse
nel secondo Ottocento un registrante, responsabile dell'ufficio di consegna),
da una inserviente (in seguito con compiti e titolo di levatrice), da
un segretario ragioniere e da un esattore cassiere (per esigere le rendite
annuali ed eseguire il pagamento dei mandati). Tra i presidenti susseguitisi
nel secolo scorso spicca don Angelo Franzoni (Ossimo Inferiore 1812 -
Cividate 1888) che ricoprì per trent'anni l'incarico, provvedendo:
"all'esazione di tutti gli affitti, interessi, censi, canoni enfiteutici;
all'escussione dei debitori morosi; alla rinnovazione in tempo debito
delle affittanze ed al reimpiego dei capitali affrancati; all'assicurazione
dei fabbricati contro gli incendi; all'iscrizione e rinnovazione delle
ipoteche; alla custodia nella cassaforte dei documenti di credito, come
di ogni altro titolo di valore; alla conservazione dei fondi costituiti
in ipoteca; all'annotazione dei trasferimenti di proprietà degli
immobili soggetti ad ipoteca; all'agricoltura dei beni stabili condotti
in economia, vigilando che sia condotta secondo le regole dell'arte, e
promovendo l'applicazione di tutti quei miglioramenti che sono suggeriti
dalla scienza e dalla esperienza; a nuove piantagioni nei campi e nei
prati, ove fossero necessarie od utili; alla conservazione dei muri dei
fondi ed alla costruzione di quelli che mancassero o fossero necessari
per la difesa dei fondi e per la conservazione dei loro confini; al mantenimento
delle servitù attive e dei diritti di possesso; all'osservanza
delle epoche fissate per il taglio dei boschi e delle regole da eseguirsi
per migliorarne il rimboscamento; alla promozione della vendita dei fondi
dai quali si ricavasse una rendita non soddisfacente; all'esecuzione scrupolosa
di tutti i patti convenuti cogli affittuali circa la coltivazione dei
fondi; alla vigilanza sull'esatta registrazione nei libri d'ogni spesa
e d'ogni entrata; alla liquidazione delle note delle spese fatte per interesse
dell'ospitale, come anche le mercedi dovute alle nutrici ed agli allevatori;
all'osservanza scrupolosa della disciplina degli impiegati". Altri
presidenti degni di nota furono il notaio comasco Pietro Bartolomeo Vittadini
(Brienno 1837 - Breno 1911), il ragioniere Eugenio Tovini (Cividate 1846
-1916), il tenente colonnello dei carabinieri Vittorio Emanuele Guelfi
(Edolo 1860 - Breno 1928). A coadiuvare il presidente stava il medico
direttore, con funzioni di responsabilità nella gestione della
struttura. Più precisamente rientravano tra i compiti di questa
figura: "la sorveglianza sulla regolarità delle consegne dei
trovatelli e dei registri d'ufficio, nella corrispondenza coi parroci
e colle deputazioni comunali, sia per promuovere riservate elargizioni
a favore dell'ospizio, sia per la cura ed educazione dei trovatelli che
si affidano alle nutrici in campagna, così pure nella corrispondenza
colle autorità politiche e criminali in argomento di esposizioni
d'infanti, nonché coll'autorità giudiziaria civile per la
tutela degli esposti congedati; la vigilanza sull'intero andamento dell'ospizio;
la cura medica chirurgica dei trovatelli con accertamento dei sintomi
di rogna, mal venereo, croste al capo, tigna, scrofole, scorbuto, ostruzioni
al basso ventre, rachitide od ernie; la visita a quelli che s'infermano
presso le nutrici, non che la cura usata a quelle disgraziate fanciulle
che si raccolgono nell'ospizio a sgravarsi".
Qualificata fu l'opera del medico Luigi Cuzzetti (Breno 1814 - Provaglio
1867), estensore nel 1846 di un fondamentale piano organico che consente
di gettare uno sguardo meno superficiale sull'organizzazione del servizio
e sulle condizioni generali dei ricoverati. La relazione si apriva riprendendo
alcune memorie secondo le quali "è certo che questo Pio Stabilimento
trae origine dai cenobiti Umiliati sparsi in diversi paesi della Valcamonica,
alcuni dei quali avevano ritiro nel locale del brefotrofio; quivi per
loro santissima cura si raccoglievano tutti quei bambini che, nati da
commercio illegittimo, crudelmente erano abbandonati sulle pubbliche vie,
impedendo in tal modo i segreti infanticidi ed altri moltiplici delitti
di simil fatta; quivi per loro opera si porgeva a quest'infelici ed innocenti
vittime ogni utile soccorso".
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Cuzzetti descriveva con minuzia i doveri del custode, tenuto a mantenere
segretezza e a ritirare i fanciullini depositati nel "torno o ruota",
gli illegittimi spediti dai parroci o dai deputati civici, i bambini trovati
per strada, i poppanti ed i figli di madri malate ricoverate presso ospedali
e prive di mezzi per mantenerli a casa loro (che dovevano comunque essere
riconsegnati, alla guarigione delle madri), gli illegittimi partoriti
in carcere da madri ivi decedute ed i legittimi similmente nati in galera
(da restituirsi al momento della liberazione delle madri), i legittimi
abbandonati da genitori resi irreperibili, i figli di donne nubili e miserabili
partoriti nell'ospizio. La ruota si apriva sul far della sera ed era collocata
sotto la stanza del custode. Tra le mansioni quotidiane si annoveravano
quelle di cercare le nutrici disponibili lungo l'intera Valle e nei circondari
di Lovere, Clusone e Tirano; nutrire gli slattati maschi restituiti dalle
famiglie; accendere il fuoco in casa, dal primo novembre a tutto marzo;
provvedere alla chiusura serale della porta "un'ora dopo l'Avemaria";
"invigilare perché fosse mantenuto il buon ordine, la tranquillità
e la disciplina"; svolgere funzioni di guardia campestre nei terreni
dello "stabilimento"; far "scopare il cortile e il portico";
disporre "nel tempo della Santa Pasqua i maschi maggiori alle confessioni
ed alla Santa Comunione attendendo perché non manchino ad intervenire
alla dottrina cristiana"; tenere pulito l'oratorio nel quale celebrava
di buon mattino il cappellano. Dal canto suo il segretario doveva registrare
"tutti gli esposti che entrano in serie progressiva sul libro porta
accompagnando ciascuno di essi con un biglietto d'ingresso da attaccarsi
alla testa della culla o del letto; marcare tutti i segni distintivi,
i vizi ritrovati, per esempio cecità, gibosità, nei, ed
altre circostanze rilevate, il modo, come, in qual giorno ed ora, di che
apparente età fu esposto; mettere -dopo il battesimo- il nome sul
detto libro". Inoltre aveva la responsabilità del "carteggio
d'ufficio, della spedizione dei mandati di pagamento, della compilazione
dei conti preventivi e consuntivi, della tenuta in buon ordine dei registri
delle attività e passività, della conservazione dell'archivio.
Il Cuzzetti sottolineava come la finalità precipua dell'istituzione
fosse quella "di mandare i lattanti alle balie di campagna in tutti
i tempi dell'anno, onde promovere la loro prosperosa educazione e diminuire
la mortalità: sarà quindi obbligo particolare del custode
di procurare delle nutrici sane, preferendo sempre le contadine",
previo rilascio di positivo referto medico. Per evitare il rischio di
rimanere sprovvisti di balie immediatamente disponibili, si stipendiavano
due donne di Cividate, obbligate ad allattare due bambini a testa per
ogni occorrenza; alla mancanza di latte naturale si suppliva artificialmente
"con latte di vacca fresco colla decozione dei fusti del formentone
o dei fiori di tasso barbasso e zuccaro, allattamento specialmente usato
pei bambini affetti da lue celtica oda scabia onde evitarne il contagio".
A ogni balia si consegnavano un "libretto a stampa di pratica, portante
i principali doveri verso il bambino, sette pannicelli di tela canape,
tre fascie di canape e stoppa e due reganelli di lana" (per ogni
lattante fino a sei mesi).
Al compimento dei dieci anni per i maschi e degli undici per le femmine
cessava la copertura del servizio esterno e gli esposti rimanevano a totale
carico di coloro che li avevano cresciuti, salvo un intervento finanziario
dell'ospedale -di- mensionato alle reali possibilità economiche
delle singole famiglie- in presenza di malattie particolari, condizioni
di debolezza mentale o cattiva conformazione dei fanciulli. Mediante l'acquisizione
di informazioni riservate presso i sacerdoti e le giunte comunali la direzione
accertava se i "figli presso i contadini siano trattati con carità
ed amorevolezza e mantenuti sufficientemente, se si allevano nel timore
di Dio, nella frequenza della Chiesa e se apprendono qualche mestiere".
Ciascuna delle balie interne poteva allattare due bambini, nella stanza
dei poppanti, dove erano collocati i letti, ognuno con due culle ai lati;
alle stesse venivano distribuiti una colazione fatta di zuppa, un pranzo
a base di minestra con riso o pasta, carne di vitello, verdura e formaggio,
una cena con minestra, due uova e un boccale di vino.
All' epoca la famiglia degli esposti era suddivisa in quattro classi:
"lattanti, fino ai diciotto mesi incirca; piccioli, dai diciotto
mesi ai cinque anni; mezzani, dai cinque ai dieci anni; grandi, dai dieci
ai sedici anni se maschi, fino ad un'età indeterminata se femmine",
Con esclusione dei "lattanti,piccioli, impotenti ed infermi, tutti
gli altri si alzavano da letto alle ore sei nella state ed alle sette
nell'inverno; subito alzati e vestiti si lavavano ed indi recitavano le
consuete orazioni coll'assistenza dell'inserviente che vestiva e lavava
i piccioli e poi pettinava tutti gl'individui del pio luogo". L'inserviente
(che "raccoglieva gli esposti appena entrati, aveva cura della loro
fisica e morale educazione, teneva conto della biancheria e degli altri
effetti di ragione della pia causa, provvedeva alla pulitezza del vestiario")
sorvegliava i ragazzi affinché fossero mantenute la "quiete,
l'obbedienza e che non dicano parole contrarie all'amore che devono portarsi
fra di loro come fratelli, che non insorgano liti, questioni od altri
inconvenienti contrari alla buona disciplina del pio luogo, come pure
perché gli esposti che andassero alla scuola a leggere, scrivere
e conteggiare o ad apparare qualche arte o mestiere non abbiano uniti
a fermarsi per la strada ed a commettere mancanze consentanee alla loro
età". Si consumavano tre pasti: colazione, pranzo a mezzogiorno,
cena alle cinque: ad inizio Ottocento il "trattamento era fissato
ad una libbra di farina mellicone da ridursi in polenta per ogni esposto
alla mattina ed a quattro centesimi formaggio; alla sera trattamento eguale".
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La domenica e le feste comandate gli interni si recavano ad ascoltare
la Messa ed effettuavano una passeggiata, quando la stagione lo consentiva;
quotidianamente era prescritto un po' di moto in cortile. Oltre ad osservare
una diligente (almeno nelle intenzioni) "pulizia dei bambini, negli
abiti e nei letti, e ventilazione nei dormitori", due volte alla
settimana si approntavano nelle stanze da letto dei "profumi col
legno e colle bacche di ginepro" allo scopo di tenere lontane malattie
contagiose. Le femmine venivano inviate a servizio, mentre i maschi apprendevano
un lavoro presso artigiani e bottegai, "onde abilitarli a procacciarsi
il vitto ed il vestito" mediante un piccolo salario. Le bambine piccole
e mezzane imparavano "sotto la scuola dell'inserviente i lavori analoghi
alle femmine". Le ragazze "grandi" potevano essere richieste
di "servire e cucire" a favore dell'ospizio; in caso di impiego
in questi lavori per un tempo superiore a tre anni continuati ricevevano,
all'atto del loro collocamento sul territorio, in "regalo due camiscie
di tela canape, due grembiali e due fassoletti da collo nuovi di tela
lino bianchi e due paia calzette di filo". I guadagni che i ragazzetti
conseguivano dai datori di lavoro venivano conservati nella cassa del
pio luogo e consegnati al momento dell'uscita. Per maritarsi le giovani
dovevano ottenere il consenso del direttore, agente in qualità
di tutore: la casa dava loro una somma a titolo di elemosina dotale, a
matrimonio celebrato. A seguito dell'applicazione del regio decreto del
3 agosto 1862 l'ente fu eretto in Opera Pia. Nel 1871 venne avviata la
procedura, affidata alla provata competenza giuridica ed alla sensibilità
sociale dell'avvocato Giuseppe Tovini (Cividate 1841 - Brescia 1897),
per l'adozione di norme che aggiornassero quelle del 1846. Con il nuovo
statuto organico, licenziato il 20 settembre 1872, l'amministrazione subiva
una radicale riforma venendo ad essere costituita da un consiglio formato
da un presidente e da un direttore (votati dalla Provincia), oltre a tre
delegati, uno per ogni mandamento (Edolo, Breno, Pisogne) nei quali era
suddivisa la Valle, designati dai municipi. Le funzioni di commissario
furono ricoperte, dal momento della loro introduzione (1873) al mutamento
di compiti dell'ente (1928), da alcune stimate personalità: tra
questi i dottori in legge Francesco Ballardini (Breno 1845 - 1914) e Pietro
Enrico Sigismondi (Breno 1843 - Brescia 1907), il consigliere provinciale
Agostino Zeccoli (Capo di Ponte 1840- 1908), il cavalier Felice (Corna
di Darfo 1829 - 1899) e l'avvocato Giuseppe Bontempi (Corna di Darfo 1858
-1925), il notaio Pietro Paolo Camadini (Sellero 1883 - Incudine 1951).
A decorrere dall'1luglio 1874 cessava l'esercizio della ruota, sostituita
da un ufficio di consegna, "ove sotto il suggello del segreto si
abbia la certezza che l'assistenza tanto caritatevole e dispendiosa non
vada a profitto di genitori così barbari, che si sbarazzano della
loro prole legittima per poter continuare senza molestia una vita di dissolutezze
e di riprovazione". Il 29 settembre 1891 venne aggiornato lo statuto,
per ottemperare al regio decreto del 17 luglio 1890 concernente il riordino
delle Pie Istituzioni. Più tardi, sul finire del 1914, sollecitata
dalla deputazione provinciale l'amministrazione studiò una sequela
di integrazioni e modifiche; le stesse furono però giudicate di
poca levatura dall'organo di controllo che invitò a soprassedere.
Perdurando la carenza di balie interne, nel gennaio 1918 il consiglio
presentò alcune proposte nello sforzo di incentivare il collocamento
all'esterno dei bambini mediante l'aumento dei salari alle nutrici di
campagna, la definizione di un programma di allattamento artificiale,
l'inserimento dell'obbligo per le gestanti di rimanere nella casa sei
mesi dopo il parto in qualità di balie, la concessione di un premio
alle madri di illegittimi disposte ad allattare le loro creature. I provvedimenti
non diedero purtroppo i risultati sperati ed incontrarono l'ostilità
delle autorità superiori che non vedevano di buon occhio la dispersione
sul territorio degli infanti, ritenendo meglio -per la difesa della pubblica
moralità- un loro concentramento nei locali dell'ospizio. Il 27
febbraio seguente, rilevati gli sconfortanti esiti del piano: di nutrimento
artificiale e la dilatata mortalità riscontrata nei neonati, l'amministrazione
deliberava di sospendere l'accettazione degli illegittimi (al mantenimento
dei quali, da allora in avanti, avrebbero dovuto pensare i comuni di provenienza),
mentre alle gravide, prima dell'accettazione, si ingiungeva di dichiarare
l'impegno a portare con se il loro nato al momento della dimissione. Sia
pure con lentezza ci si avviava alla trasformazione da casa di accoglienza
ad istituto erogatore di sussidi. Già in seduta del 7 giugno 1923
si iniziava a discutere di modifiche allo statuto. Nel 1924 la regia commissione
straordinaria per l'amministrazione provinciale conveniva di unificare
sotto la sorveglianza della Provincia medesima il servizio di assistenza
alla prole illegittima per tutto il bresciano, esonerando l'ente camuno
dal provvedere agli esposti del circondario valligiano. Nel marzo 1924
il governo dell'istituto ne riaffermava l'autonomia ed esprimeva l'orientamento
che con gli introiti annuali si dovesse ideare e sostenere una scuola
d'arti e mestieri a vantaggio dei trovatelli.
Il 14 ottobre 1924 determinava il mutamento del titolo in Pia Fondazione
per l'infanzia abbandonata di Valle Camonica, proponendo ai municipi l'erogazione
delle rendite per due terzi in sovvenzioni ai ragazzi illegittimi ed abbandonati
(contributi per frequenza ad istituti di indirizzo agricoloprofessionale,
indennizzi straordinari in caso di infermità, premi ad allevatori)
e per la restante quota a favore della scuola professionale di Valle.
Il 13 febbraio 1926 si stabiliva di formare un nuovo statuto, delegando
il presidente Guelfi ed i commissari Camadini e Ceriani a predisporne
lo schema, pronto ed adottato il 28 luglio seguente. Ottenuto il nulla
osta ministeriale alla trasformazione definitiva deliberata in data 28
luglio 1926, il consiglio i19 settembre 1927 faceva proprio il moderno
testo normativo, aderendo contemporaneamente alla Confederazione generale
degli enti autarchici. Con la risolutiva approvazione dello statuto, avvenuta
il 15 marzo 1928, si concludeva un lungo capitolo nella storia della benefica
istituzione: si apriva quello; ancora corrente, che ha visto la Pia Fondazione
assumere una decina di anni fa le funzioni di Centro socio-medico-psicopedagogico
e della riabilitazione.*
*Questo lavoro, condensato di una più ampia ricerca, deriva dall'esame
di documenti conservati presso l'Archivio Storico della Pia Fondazione,
gli Archivi di Stato di Brescia e di Bergamo, l'Archivio Vescovile e la
Biblioteca Queriniana di Brescia, la Raccolta Putelli di Breno, numerosi
Archivi Parrocchiali e Comunali della Valle Canonica.
Tratto da: "Le voci di Malegno -edito dalla biblioteca comunale di Malegno- di Oliviero Franzoni"
Pagina a cura del Comune di Malegno








